E penso
Trascrivo, rivedo appunti presi (datati 9 febbraio 2008).
Titolo provvisorio: Mendicanti di sigarette.
La stazione a quest’ora [sono le 3.45 del mattino] è un deserto cemento e luci gialle disabitato; le biglietterie son chiuse e individui — pochi — troppo dissimili da esseri umani si spostano tra sottopassaggi e linee gialle; guai oltrepassarle. È freddo; ho camminato per 45 minuti per star qui, in tempo per il treno: gli autobus della periferia a quest’ora dormono.
Mi si avvicina uno: chiede educatamente una sigaretta. «Mi spiace, non fumo.», rispondo alla sua domanda. «Hm.», un verso strano, accompagna la sua uscita di scena. Ecco che un altro si fa avanti — sono passati 5 minuti, aspetto l’espresso per Torino proveniente da qualche città pugliese –, un pazzo con buffi capelli grigi spettinati e incapace di gestire l’equilibrio del suo corpo mi sputa contro la sua richiesta: vuole fumare; trema; ha freddo. Io non fumo: capisce e assale il controllore in divisa che sta aquistando il suo meritato pacchetto dal distributore.
C’è una puzza di frittura andata a male che non so da quale direzione provenga tanto è forte. Nessuno mi viene più incontro: non ho nulla da offrire a questi mendicanti di sigarette se non il timore per il mio viaggio.
Guardo e penso. Passa un treno che non è il mio: i corpi dentro ai vagoni letto sembrano defunti ordinati in cimiteri di lamiera con vista dal finestrino: è un bianco e nero, ne son certo, macabro. Ancora una boccata d’aria sporca: scendo le scale per avvicinarmi al binario.
