Curvo e un poco distratto sfoglia le pagine sporche del moleskine, scorre le pieghe che trova, intersecate con le righe oblique della scrittura incerta, le macchie d’inchiostro seguono lo stato d’umore: nessuno l’ha mai sentito. È come se i suoi pensieri si fossero trasferiti sulla carta e, nell’avanzare e indietreggiare, impreciso, stesse formulando un ragionamento, un modo d’agire, un piano di fuga, un’emozione, sì, una sensazione infinita che potesse nascere dalla parola scritta.
Apre, chiude. Ogni gesto è frutto dell’istinto e la logica, fatta a pezzi, danza in un vortice incomprensibile per lui. Poi l’intuizione: rallentare. Ecco ora che si decide: prima di rimettere l’elastico e appoggiare via il bloc-notes, arriva alla copertina posteriore, al suo interno c’è una tasca, la apre, ne estrae un foglio di carta spessa, lo spiega, lo ammira.
C’è un disegno di lei seduta sul letto a gambe incrociate: nonostante i toni grigi del tratto a matita si distinguono i colori - lui sa quali - del pigiama rosa, del libro che tiene all’altezza del ginocchio, di lato, con la copertina blu, del suo sorriso, timida culla di sogni incantati. È attenta e mira lo sguardo verso le mani chiuse a nascondere un tesoro. Guarda meglio. Tra le dita gioca con un piccolo accendino color nero, vivo nero, reso tiepido dalla matita. Con un pennarello sulla plastica c’è scritta una data che lei conosce bene e intanto fuori si fa buio alla fine del tramonto: gira la rotella, apre il gas, scintilla, poi sboccia una fiammella che le illumina il viso. È il gesto per accendersi una sigaretta, ma lei non vuol farlo: prova solo se funziona ancora, sa che su quell’accendino c’è scritta una data.
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